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Verona-Resia-Verona
Diario di una Randonnée di 600 km lungo la valle dell'Adige


Da Verona alla sorgente dell'Adige e ritorno a Verona. Quello che segue è il diario di viaggio di Silvia in una Randonnée lungo la valle dell'Adige. Randonnée. Un modo e una formula sportiva di andare in bici che sempre più trova nuovi appassionati in Italia. Definito un percorso si quantificano le ore entro le quali terminarlo. Non esistono vincitori, in quanto è una sfida solo per chi desidera misurarsi con se stesso.

In Pianura Padana i temporali fanno così: arrivano all’improvviso con una velocità impressionante e spazzano via tutto con trombe d’aria, pioggia e grandine a volontà. Ne ho un assaggio venerdì pomeriggio, in autostrada, mentre mi sto recando a Verona. Roba da dover accostare con le quattro frecce. Però le previsioni per il weekend sono buone, per cui nell’abitacolo scosso dal terrificante rumore della grandine sulla lamiera penso: lasciamo pure che si sfoghi oggi…

Pur con qualche tribolazione (e molta acqua scesa dal cielo…) trovo il Palasport, e nel parcheggio c’è il camper degli amici Nadia e Walter. Nel frattempo è uscito nuovamente il sole, alzando un’afa micidiale. Grondanti di sudore andiamo dentro la costruzione per l’accredito e il ritiro del pacco gara. Con quelli dell’organizzazione è tutto un conoscersi, salutarsi, larghi sorrisi, strette di mano, finchè non mi vedo venire incontro una mano in particolare, arriva prima la mano degli occhi, una mano grande, rassicurante: è quella di Giorgio, appassionato “patron” della manifestazione, che dopo mesi di chat e persino una compravendita per corrispondenza ho finalmente il piacere di conoscere dal vivo. Ci tiene moltissimo alla riuscita della sua creatura, glielo leggo in faccia lontano un chilometro. Personaggi così, penso, fanno bene al nostro mondo.

L’analisi del pacco gara e del suo ricco contenuto diventano lo spunto per quattro chiacchiere fra randonneur sotto il porticato del Palasport, così, tanto per scordare il caldo. Poi, tra una granita, la cena, le zanzare che mirano alle caviglie e un ultimo controllo al percorso si fa passare il tempo in attesa di andare a dormire: sarà una notte nella mia automobile, per l’occasione adibita a mini-camper. Sul materassino ci arrivo alle 21,30 circa, di corsa e con la maglietta bagnata, complice l’ennesimo temporale con tromba d’aria che ci coglie all’improvviso mentre siamo al vicino campo sportivo a seguire una manifestazione calcistica. Neppure il tempo di lavarsi la faccia. Cerco la posizione nel mio scomodo giaciglio mentre tuoni, fulmini e vento scuotono ancora una volta la mia scatolina di latta. Bisogna assolutamente riposare, la sveglia è alle 4,30...

Incredibilmente riesco a dormire, ma apro gli occhi alle 3,45. Sono troppo “elettrica”, il solo pensiero di dover ancora montare la bicicletta con tutto l’ambaradan mi convince a lasciare la branda. Il parcheggio del Palasport illuminato dai fari è ancora silenzioso, ma s’intravedono le auto e i camper di altri randagi che stanno sopraggiungendo alla spicciolata. Mentre mi vesto guardo il mondo dai vetri dei finestrini e penso: ma che razza di vita facciamo noi “randagi”... una donna della mia età, dormire in macchina... e poi, 600 km in bici... eppure...

Anche Paolo ha passato la notte in macchina, in compagnia della sua recumbent. Nadia, sempre carina, ha già fatto il caffè, e Walter ancora non è sceso. Nella solita, allegra confusione che circonda il loro camper in queste occasioni finisce che mi si rovescia addosso la caffettiera… e mi tocca partire per la randonnée puzzando come un Pocket Coffee. Poco male. Intanto gli altri randonneur sono arrivati, e sono davvero tanti. Walter finisce di prepararsi e siamo davanti al cancello del via alle 5,30, una selva di magliette bianco/verde scuro, quella ufficiale della manifestazione. E’ Fermo Rigamonti, insieme a Giorgio, a darci le ultime paterne raccomandazioni. Poi si va: nelle prime luci dell’alba parte dalla città di Romeo e Giulietta la “randonnée delle piste ciclabili”.

Resia è un suggestivo paesino montano dell’Alto Adige, vicino al confine con l’Austria. Da quelle parti c’è la sorgente dell’Adige, quindi idealmente l’obiettivo della randonnée è quello di risalire il grande fiume lungo il suo percorso fino al punto dove esso sgorga. Le piste ciclabili delle Regioni Veneto e Trentino Alto Adige saranno le nostre alleate: esse corrono a fianco del fiume, creando un’incredibile rete ciclo-viaria davvero unica nel suo genere.

Già l’uscita da Verona in direzione lago di Garda si svolge in gran parte su una tranquilla pista ciclabile. L’arrivo sulla Statale del lago è giocoforza un po’ traumatico: è ancora presto di mattina, eppure è già parecchio trafficata. Non solo: c’è vento, un forte vento contrario. Ma intruppati nel gruppo si viaggia ugualmente veloci, per cui io e Walter stringiamo i denti e rimaniamo in scia più che possiamo: tutto “fieno in cascina” per dopo. Ogni volta che posso cerco con lo sguardo il lago, stamani più affascinante che mai.

A Torbole lasciamo il lago di Garda e affrontiamo la prima vera salitella, quella di Nago. Dopodichè ricomincia il valzer delle ciclabili, non sempre facilissime da rintracciare anche perchè non abbiamo ancora “fatto l’occhio”. Imbocchiamo la Val Lagarina, e l’Adige che scorre placido al nostro fianco è già il nostro compagno di viaggio. Il primo controllo è intorno al 100° chilometro, in località Nomi, in un cosiddetto “bicigrill”, ovvero l’equivalente ciclistico dei celebri punti sosta autostradali. Ci arriviamo che sono da poco passate le nove, e la nostra media fin lì supera il 28 kmh, una performance pazzesca per il nostro standard. E’ un’allegra bolgia di maglie colorate, smazzo di carte di viaggio, panini, caffè, cola, fila alla fontanella per riempire le borracce. Il dialetto più gettonato è quello veneto, e io capisco, eh sì, capisco quello che dicono, e mi tornano in mente l’infanzia e i parenti dalla parte di mamma…

Vento a parte c’è un bel sole e la temperatura è più che accettabile, ma lassù in fondo alla Val Lagarina s’intravvedono nere nubi minacciose. Riprendiamo la via della ciclabile per Trento, alla volta del secondo controllo/ristoro dopo altri 50 chilometri, di nuovo in bicigrill. Il vento comincia ad essere davvero fastidioso, e in alcuni punti anche uscire e rientrare dalla ciclabile non è facile: non sempre le informazioni del roadbook – fin troppo dettagliato e a rischio di confusioni – coincidono con quello che troviamo sulla strada, e la fortuna sta nel riuscire ad aggregarsi a qualche gruppo dove sono presenti dei randonneur “indigeni” che conoscono il percorso a memoria. E occorre avere fede, perché (si sa) in randonnée è sempre rischioso seguire gli altri: se disgraziatamente il primo della colonna sbaglia strada… Comunque, di riffa o di raffa fin qui tutto sembra filare liscio. Al bicigrill di Vadena (km 150 circa) ci concediamo un lauto piatto di pasta condita olio e parmigiano. Fare la coda alla cassa ci consente di riposare un momentino, prima di rituffarci nella ciclabile flagellata dal vento contrario.

Quando ripartiamo siamo soli e il vento parrebbe essersi calmato un poco, ma è una pia illusione. I locali dicono che intorno a mezzogiorno/l’una esso gira e soffia da nord verso sud, puntuale come una cambiale e senza possibilità di errore. Oggi però a me pare proprio che di girarsi non ne voglia sapere. Le nuvole corrono nel cielo fra sprazzi di sereno. Intorno a Bolzano altri ciclisti ci raggiungono, e noi approfittiamo ben volentieri di uno “strappo” per battere il vento e non sbagliare strada. Però è dura: la loro andatura è superiore alle nostre possibilità, e rimanere in scia ci costa molta fatica. Con grande dispendio di energie passiamo Bolzano e puntiamo Merano.

Le piste ciclabili. In questa parte dell’Italia sono una gran bella realtà, oltretutto consolidata da anni. Per chi come me arriva dalla metropoli ed è abituata al concetto “urbano” di pista ciclabile – una sorta di “ghetto” forse anche più pericoloso delle strade di città, pieno di insidie quali auto parcheggiate, bottiglie rotte, radici sporgenti eccetera – , trovarsi qui è come accedere al Paradiso del Ciclista. Chi ha organizzato questa randonnèe aveva certamente in animo di condividere con noi questa meraviglia, ma vivendo la manifestazione da “utente” alcune perplessità mi sorgono spontanee. Oggi qui siamo veramente in tanti, i “peloton” sono numerosi, veloci, invadenti. Il più delle volte occupano tutta la (stretta) carreggiata anziché tenere disciplinatamente la destra. Mi prende male vedendo quali acrobazie debbono fare i poveri e pacifici cicloturisti che transitano in senso contrario per schivare le mandrie di randonneur che, giocoforza, passano di prepotenza. E spesso si è evitato di un soffio il “botto” (io stessa in mattinata avevo evitato per un pelo un frontale con un biker che scendeva a tutta velocità nella zona di Mori…). L’iniziativa è senz’altro lodevole, ma forse i randonneur non sono ancora pronti per questo Paradiso. Dobbiamo maturare: non si possono affrontare le piste ciclabili in branco, con piglio da sbruffoni e medie da Granfondo. E’ troppo pericoloso.

Dunque, a Merano ci arriviamo in gruppo e siamo al duecentesimo chilometro. La breve sosta alla fontana sgrana l’allegra compagnia, così io e Walter ci ritroviamo ancora una volta soli ad interpretare il terrificante ed enigmatico roadbook. L’intuito di Walter e una freccia posta dall’organizzazione ci salvano, e diligentemente percorriamo tutta la “variante” di Marlengo prima di tuffarci verso Foresta, località-cardine che segna l’inizio della Val Venosta.

Da qui la ciclabile si arrampica su sette spettacolari tornanti, prima di spianare nuovamente distendendosi fra interminabili filari di meli. A quest’ora del sabato essa è parecchio frequentata: ci sono i gitanti del weekend, ma anche coppie di viaggiatori con bici cariche come somari, diretti chissà dove. E vedendoli la mia fantasia viaggia con loro. Ma devo stare concentrata sul nostro obiettivo, che è quello di raggiungere il giro di boa di Resia ad un orario decente...

La ciclabile è bella, ma quando si interrompe in prossimità di un paese non è sempre agevole ritrovarla a quello successivo. Passiamo infiniti campi di frutta e paesini minuscoli dai nomi per noi esotici come Ciardes, Castelbello, Laces, Morter. Qui la gente parla in tedesco. Non mancano i tratti sterrati, e anche questi sono una curiosa caratteristica di questo brevetto. Il controllo successivo (al km 245) è segnato sul roadbook con un nome impronunciabile, al punto che non si capisce se sia quello della località o del bar… Lo sentiamo come un miraggio, sembra di non arrivare mai, e sempre col terrore di sbagliare strada. Finchè a Covelano, presi dal dubbio e dallo sconforto sulla direzione da prendere, un uomo non ci conferma che “su di là”, esattamente dove erano già transitati tanti altri randonneur in maglia biancoverde, avremmo trovato il controllo. Fiduciosi ci inerpichiamo, finiamo in un bellissimo bosco, i cartelli lignei confermano la bontà dell’indicazione, ci facciamo lo sterrato finchè… ecco la casetta, posta in riva ad un minuscolo e romanticissimo laghetto alpino baciato dal sole del tramonto. Finalmente.

Sono già passate le 18. Dobbiamo mangiare e vorrei farlo in fretta, ma Walter ha bisogno di riposare qualche minuto in più, per cui non “spingo” sull’acceleratore più di tanto. Dentro la graziosa baita le donne hanno preparato piattini pronti con fette di strudel appena sfornato: un invito a nozze! Tanto per non farmi mancare nulla ne prendo due porzioni. Al tavolo con noi si ferma a mangiare anche Niccolò, il ragazzo di Bergamo con il quale avevamo condiviso il 400 di Cairo Montenotte. Mi confida di voler completare il percorso integrale da 600 km, quindi vuole arrivare a Resia e farsi una bella dormita prima di ripartire. Ma io mi permetto di ricordargli che in quella baita sul lago ci saremmo dovuti tornare entro le 6 dell’indomani mattina, per cui tempo per dormire non ce ne sarebbe stato molto… Le mie parole lo fanno cascare dal pero, forse l’inesperienza gli aveva fatto sbagliare i calcoli. Quando torno alla bici per prendere gli abiti pesanti (il sole sta calando e inizia a fare freddo) anche lui si sta vestendo con tutto quello che ha. Sembra voler venire con noi ma è perplesso, non si sente bene. Così al momento di ripartire ci saluta, e decide di rimanere ancora un po’ al caldo del controllo. Io e Walter rimontiamo in sella cercando di “caricarci” a vicenda: Resia non è lontana.

Sulla strada con noi ci sono altri randonneur, mentre l’oscurità cala a poco a poco sulla ciclabile. Il primo tratto sembra facile, il vento è un po’ calato, addirittura incrociamo i primi, velocissimi gruppi già sulla via del ritorno. Ad un certo punto, però, le pendenze s’impennano e diventano quasi demenziali: c’è chi riferisce un buon 21%! E’ un momento di sconforto: è quasi buio, fa freddo, e la bici sembra ribaltarsi da un momento all’altro. Walter sembra arrampicarsi un po’ più agilmente di me in quell’inferno di curve e curvette dove mi sento a disagio. I chilometri non passano mai. Ma in randonnèe, metafora di vita, i momenti brutti si alternano a quelli esaltanti, e anche questo momentaccio passa: la strada riprende su pendenze più umane, addirittura qualche falsopiano-discesa ci permette di distendere la gamba. Nella fievole luce del crepuscolo vedo a destra che quella sorta di altopiano che s’intravvedeva in lontananza è ormai sotto di noi. La pala eolica… ormai è superata. Nel vento gelido superiamo anche gli incredibili zig-zag che si arrampicano sulla gigantesca diga artificiale illuminata dalla luna piena… ed ecco, siamo finalmente al lago di Resia. Il paese è dall’altra parte, illuminato come un presepe.

Non è finita. Prima di approdare al sospiratissimo controllo-dormitorio di Resia dobbiamo conquistare il colle vero e proprio e scendere in Austria, a Nauders. I chilometri da fare non sono molti, tra andare e tornare non arrivano a venti, ma c’è l’incognita del dislivello. Beh, la sorpresa è che il Passo Resia è raggiunto in quasi falsopiano-discesa. Quindi alla frontiera ci vestiamo davvero con tutto quello che abbiamo, inclusi i guanti lunghi invernali, e scendiamo a Nauders, una amena località sciistica dove c’è il… controllo segreto, sottoforma di auto con organizzatore ad attenderci. Me l’aspettavo: sono le 23, tutto sommato non mi lamento. Il tipo dell’auto ci suggerisce di rientrare a Resia e successivamente al controllo della casetta sul lago (località Corzes) utilizzando la Statale, a quell’ora deserta e praticamente priva di pericoli. Con una accortezza: imboccarla solo DOPO il confine, in quanto in Austria le biciclette sono off-limits sulle Statali. Inoltre ci facciamo indicare con precisione il luogo del controllo. Seguiamo le indicazioni, risaliamo al Passo (pochissimo dislivello, fortunatamente) e filiamo veloci verso il nostro obiettivo, l’hotel “Del Lago”.
Raggiungere l’hotel del controllo è una mezza impresa su quella stradina ripida, buia e disagevole. Prima di varcare la sospirata soglia ci sottoponiamo all’ennesimo controllo (ore 23,45) porgendo il cartoncino giallo a un uomo intabarrato peggio che a dicembre, che aspetta i ciclisti all’addiaccio con un tavolino e un piccolo falò per riscaldarsi. Poi, bici alla mano, facciamo gli ultimi metri e entriamo. Il locale dove si mangia è piccolo ma accogliente, i tavoli sono pieni di randonneur intenti a ristorarsi. Il personale, tutto altoatesino, è pronto a servirci carne, insalata di patate (fredda) e una meritata birra che fa la felicità di Walter, anche se con quelle temperature forse sarebbe stato più saggio ordinare un tè bollente… La carne è buona ma troppo piccante, le mie labbra screpolate e riarse dal vento la reggono solo fino a un certo punto. L’insalata di patate perde presto la sua attrattiva, quindi non mi resta che divorare con metodo la pagnottella di pane. E ingurgitare due yogurt, che male non fanno. Mentre rumino mi guardo ancora attorno. Vedo gente serena, gli occhi assonnati ma con ancora dentro quel guizzo inconfondibile. E per un attimo penso che sì, è vero, io vivo per momenti come questo. A mezzanotte, sperduta in un alberghetto del Sud Tirolo, a mangiare carne piccante mentre il vicino di bicicletta ti dorme accanto. Decidiamo di schiacciare anche noi un breve pisolino di mezz’ora con la testa sul tavolo. Malgrado i brividi di freddo dovuti allo sbalzo termico e alla digestione riesco ad addormentarmi. Certo non sarebbe stato male scendere al dormitorio con gli altri e dormire di più, ma sia io che Walter siamo consapevoli che, alla nostra andatura, non abbiamo troppo tempo per scialare.

E’ da poco passata l’una di notte. Davanti al dormitorio sto aspettando che Walter finisca di prepararsi per ripartire. Fa un freddo porco, devo saltellare per riscaldarmi. Oltretutto dal cielo scende qualcosa di molto simile a pioggia, e la luna quasi non si vede più. Nel frattempo vedo arrivare Paolo a bordo della sua recumbent, mi pare in ottima forma. Il pensiero va a quanti, per scelta o per causa di forza maggiore, non proseguiranno sulla via del ritorno, e ora stanno dormendo come angioletti all’interno del locale in attesa di prendere il treno per Verona… Con cautela scendiamo a piedi sulla strada, con la scusa di riscaldarci un po’. Poi, insieme ad un gruppetto, imbocchiamo la Statale e iniziamo la discesa. La “variante” ci permette di attraversare tutto il paese ed ammirare il celebre campanile che spunta dalle acque del lago artificiale. Ma è meglio non distrarsi troppo, occhi aperti sulla strada e via.
Traffico zero, strada scorrevole. Sembra un sogno, dopo una giornataccia di vento contrario in cui sembrava di non andare avanti. Secondo i miei calcoli dobbiamo entrare in paese in località Lasa, e da lì andare in cerca della pista ciclabile sterrata che, percorsa a ritroso, ci avrebbe in breve tempo condotti di nuovo al controllo di Corzes. Sembra tutto molto facile: appena lasciata la Statale, alle tre meno un quarto, troviamo subito le indicazioni della ciclabile, risaliamo tutto il paese ma… la ciclabile non c’è?!? Incredibile. Scendiamo. Saliamo di nuovo. Ri-scendiamo. Prova di qua. Prova di là. Apriamo la cartina. Sembriamo due anime in pena, bloccati come scemi a un passo dall’obiettivo! In paese non c’è un’anima viva a cui chiedere (a quell’ora…!), finchè miracolosamente non blocchiamo un automobilista. Parla un italiano stentatissimo, ci dà una dritta che ci sembra improbabile. Andiamo a vedere e non ci crediamo: no, all’andata mica siamo sbucati di qua! La frustrazione è al massimo. Mi pento amaramente di non aver seguito la ciclabile anche al ritorno, e per me ormai la partita è chiusa. Proprio quando mi sto rassegnando a proseguire senza il timbro di Corzes, notiamo una ragazza che cammina sola sul marciapiede. Walter vuole ancora fare un tentativo, io non ci credo manco un po’. Incredibilmente la ragazza (che non è una “pocodibuono” come potrebbe pensare una cittadina come me, ma una che semplicemente sta portando a passeggio il cane) si fida di noi, legge la cartina, conosce la strada, ci dà la stessa indicazione del tipo in auto ma in un italiano decisamente migliore. Alleluia! Non finiamo più di ringraziarla, seguiamo la dritta e in un attimo ci ritroviamo sulla retta via. Alle 4 in punto il timbro di Corzes è apposto sulle nostre carte di viaggio, e per riprenderci dallo “spavento”, che nel frattempo ci aveva fatto dimenticare il sonno, ci strafoghiamo di brioche e cappuccino. Al controllo, illuminato e reso allegro dalla musica della radio, c’è anche Ausilia, già incrociata più volte lungo il percorso. E’ sola ma, com’è nel suo stile, non ha il benchè minimo timore di affrontare la notte. Ha un po’ sonno, ma la grinta di sempre non l’abbandona mai. Riparte poco prima di noi.

La ciclabile, già percorsa all’andata, ci ripropone i suoi interminabili filari di meli. Ci tagliano la strada nell’oscurità qualche raro topolino e una lepre. Poi arrivano le primissime luci dell’alba, e con esse… il sonno elefante. Già, avremmo dovuto schiacciare un altro pisolino a Corzes, ma visto come sono andate le cose… Reclamo una breve sosta in mezzo ai meli. Mi avvolgo nella “stagnola” e mi corico sull’erba, lo stesso fa Walter. Perdo la cognizione del tempo, ma quando decido di rialzarmi il cielo è più chiaro. Avrò “dormito” un quarto d’ora al massimo. Ripartiamo che stiamo meglio. Poco più tardi gli intimi meleti si renderanno utilissimi per un’altra funzione fisiologica – forse un tantinello meno romantica, ma che in questo caso perde i suoi connotati terra-terra per diventare persino… poetica.

Ripercorriamo i tornanti di Foresta. In quella vorrei fare una foto aerea della suggestiva strada, ma mi accorgo con dolore che il freddo della notte ha mandato KO la batteria del mio cellulare che fa anche le foto… Cheppalle. Lungo la strada, intanto, scorgiamo qua e là randonneur intenti a riposare sulle panchine o sui tavolini da picnic. E’ un’immagine che mi mette allegria e mi scalda il cuore, facendomi ripensare alle grandi avventure tipo PBP o “Sicilia No Stop”.

A Merano perdiamo la bussola. Siamo ancora una volta costretti a chiedere lumi ad un passante – un personaggio singolare dalla chiacchiera fluente, che rischia di farci perdere del tempo prezioso... – per riuscire a ritrovare la pista ciclabile per Bolzano. Intanto il sole arriva a scaldare la valle, convincendoci finalmente a spogliarci degli abiti che ci hanno protetti durante la notte. Sono le otto del mattino, la ciclabile è già affollata di ciclisti in entrambe le direzioni. Ogni tanto incrociamo qualcuno “dei nostri”, riconoscibile dalla maglia, probabilmente reduce dal dormitorio di Resia. In qualche caso si tratta di ciclisti “indigeni” che sanno la strada, e in più di un’occasione ci tolgono dall’imbarazzo.

Il controllo di Vadena (km 450) si fa sospirare. Bisogna raggiungerlo entro le 12, tempo ce n’è, ma la stanchezza e il caldo – quella canicola estiva che ci aveva risparmiati il giorno prima, iniziano davvero a farsi sentire. Approdiamo al bicigrill alle 10 insieme ad un gruppetto, il locale è un po’ affollato, la cucina è lenta, avere un panino significa perdere molto tempo e la cosa mi innervosisce. Comunque alla fine il panino arriva, e Walter nel frattempo ha avuto modo di rilassarsi un momento di più. Via, altri 50 km verso il controllo di Nomi.

La ciclabile per Trento ha dei tratti demenziali: ricama dei frustranti zig-zag da una sponda all’altra dell’Adige, dando l’impressione di far fare milioni di chilometri in più rispetto alla vicina Statale. Sembra di essere fermi, di non progredire nella discesa, oltretutto con il sole a picco sul cranio che certo non aiuta a sentirsi meglio… Ma ecco finalmente il bicigrill di Nomi (km 500), che raggiungiamo alle 12 ed è l’occasione per una fantastica e dissetante granita, mentre sotto il dehor chiacchieriamo con altri ciclisti locali che non fanno parte della manifestazione, ma ne hanno sentito parlare e sono molto ammirati dalla nostra “impresa”. Non sembra, ma la maglia che indossiamo era celebre qui in zona ancora prima che prendessimo il via, e questo mi inorgoglisce.

E’ la stretta finale: sotto la canicola asfissiante ci prepariamo ad affrontare gli ultimi cento chilometri, comprensivi della temuta salita a Brentonico. Dobbiamo fare scorta di acqua in borraccia e sali minerali, e tenere scrupolosamente d’occhio il roadbook per non perdere la ciclabile e riuscire a centrare l’attacco della salita in località Mori. Partiamo, e non è facile. Più di una volta perdiamo tempo a chiedere indicazioni (resterà negli annali “via Zigherane” indicata dal roadbook in località Borgo Sacco e mai trovata, addirittura sconosciuta agli abitanti…), ma un po’ con l’intuito, un po’ orientandoci con l’Adige, un po’ con l’aiuto esterno, e un po’ con il provvidenziale arrivo di altri randonneur che sanno la strada riusciamo a districarci.

Mori, via Monte Baldo, inizia la salita. Fa un caldo scellerato. La strada non è eccessivamente ripida, ma le condizioni mi impongono di centellinare le energie. Walter anche in questo caso sembra più a suo agio di me, inizialmente allunga, poi sceglie di aspettarmi e di seguirmi come un’ombra. Già, l’ombra… in qualche tornante le piante regalano alcuni secondi di frescura, ma durano poco, troppo poco. Nella mia testa la salita è lunga cinque chilometri e in cima ci sarà sicuramente un controllo segreto. Sbaglio tutto: la salita è di ben otto chilometri, e in cima il controllo segreto… non c’è. Insieme ad un folto gruppetto ci raduniamo alla fontanella del parco pubblico di Brentonico e ci rinfreschiamo. «Quanto mancherà all’arrivo?», chiede qualcuno. Dovrebbero mancare un’ottantina di chilometri.

La discesa verzo Chizzola è fastidiosamente ripida. Già i muscoli delle braccia fanno TUTTI male, figuriamoci dover stringere i freni in quel modo. Inoltre i miei avambracci sono pericolosamente arrossati dal sole, quindi chiedo a Walter di prestarmi i bracciali per proteggermi: fa caldo, ma non ho scelta se non voglio rischiare una pericolosa ustione. Al fondo della discesa approdiamo sulla Strada Provinciale 22, un micidiale toboga a sali-scendi molto trafficato che si tuffa verso valle, verso Verona ed il sospirato arrivo. A Belluno Veronese il roadbook indica di entrare in paese per riprendere il filo delle piste ciclabili, e infatti noi entriamo. Cerchiamo i nomi delle vie e non li troviamo. Panico. Forse ci farebbe meglio trovare una gelateria per rinfrescarci le idee… infatti siamo talmente “cotti” che rinunciamo definitivamente a rientrare via ciclabile. Il prezzo da pagare, oltre a quello di una sacrosanta birra a -50 km dall’arrivo, è quello di percorrere strade a quell’ora assai trafficate, pericolose, oltretutto non facili in quanto costellate di sfiancanti saliscendi. I chilometri sembrano non passare mai… Alla periferia di Verona cerchiamo le indicazioni per il Palasport, con l’aiuto dei locali ci riusciamo, attraversiamo la città ed entriamo nel parcheggio. Sono le 20. Oltre a Nadia ci sono altri ad attenderci, qualcuno arrivato poco prima di noi e già docciato (Ausilia). C’è anche Niccolò, appena arrivato col treno, che nella notte è riuscito a completare il percorso da 300 km raggiungendo Resia: bravissimo! Al banco dell’organizzazione confesso candidamente di avere avuto qualche problema di interpretazione del roadbook, e di non essere stati sempre rigidamente fedeli al percorso. Ma i 619 km segnati sui nostri ciclo computer e la completezza dei timbri sulle nostre carte di viaggio sono credenziali inattaccabili, quindi… viva la VRV, e tutti sotto la doccia.

La randonnée però, come dico sempre io, non è finita finchè non ho varcato sana e salva la soglia di casa insieme a bici e bagagli. Mentre gli amici si complimentano, chiedono, vogliono sapere com’è andata, nella testa c’è il pensiero rivolto al ritorno. Lasciare il Palasport ed affrontare la cavalcata in autostrada da Verona a Torino, con ben quattro soste obbligate in autogrill causa sonno. Arriverò a casa alle cinque di mattina, con pensieri buoni nella testa e tanta voglia di entrare nel mio letto mentre, beffarda, un’alba favolosa si staglia dal ballatoio e mi ricorda che l’estate è ancora lunga e la Sicilia è vicina.

Silvia

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